Home< Il Museo della Ceramica
Palazzo De Fabris
36055 Nove (VI)
Tel. 0424 829807
museo@comune.nove.vi.it
Da martedì a venerdì dalle ore 9,00 alle ore 12,00;
domenica dalle ore 15,00 alle ore 19.00
La vicinanza con il Brenta è stata determinante per creare la fortuna economica di Nove e per delinearne la fisionomia economico-sociale di 'Terra di Ceramica'. Il primo passo di questa lunga storia, culminata oggi con la nascita del nuovo Museo della Ceramica, fu il patto societario che nel 1719 Giovanni Battista Antonibon stipulò con Giovanni Maria Moretto per erigere un negozio di cristallina e usare i suoi mulini a Rivarotta (Angarano). Sono queste le basi per la futura azienda di Nove, che verrà fondata nel 1727. Antonibon, una volta ottenuta l'esenzione ventennale dai dazi e il diritto di aprire una bottega a Venezia per la vendita dei suoi prodotti, in breve tempo riuscì a superare la manifattura dei Manardi con una produzione che verrà anche esportata. E' da allora che la ceramica di Nove, con le maioliche degli Antonibon, acquista le forme.Le decorazioni, lo smalto e una dignità poetica nuove caratterizzano lo stile Nove. Verso il 1751-52 vengono avviati inoltre i primi esperimenti per la lavorazione della porcellana che sarano coronati da successo nel 1762, con la concessione da parte del Senato degli stessi privilegi già ottenuti qualche anno prima dagli Hewelcke a Udine e poi a Venezia. E' doveroso ricordare che, dopo quella dei Vezzi (1720-27), di Doccia (dal 1737), di Capodimonte (dal 1743) e degli Hewelcke (1757-1765), la manifattura di Nove è la quinta in Italia a produrre questo materiale tanto pregiato, tanto ricercato e sarà una delle ultime a dover chiudere i battenti - nel 1825 - dopo aver compiuto non pochi sforzi per fronteggiare la crisi economico-politica presentatasi con il nuovo secolo, con la caduta della Repubblica Veneta e con essa dei nobili richi acquirenti, con il passaggio dello Stato alla Francia e poi all'Austria e con i conseguenti aumenti di tasse e dei costi delle materie prime. Sempre nel Settecento (1786) un valido collaboratore degli Antonibon, Giovanni Maria Baccin, avvia la produzione della terraglia ad uso inglese quasi contemporaneamente al Lorenzi (Trieste) e al Cozzi (Venezia). Si tratta di quel particolare tipo di ceramica, ottenuto con l'aggiunta all'argilla caolinica di una certa quantità di silice calcinata, che per la bianchezza della pasta, per la somiglianza con la con la porcellana e per il basso costo aveva causato un'inaspettata concorrenza ai ceramisti italiani. All'inizio dell'Ottocento, quando in tutta Italia molte fornaci di porcellane sono costrette a chiudere per la grave crisi politico-economica, è proprio la terraglia che permette ad alcune manifatture di sopravvivere e riprendere quota, ad altre di sorgere e prosperare.
Anche gli Antonibon rinunciano alla produzione di lusso della lavorazione della porcellana e convergono le vendite verso ad una clientela più modesta, ma più vasta: la media borghesia, gli operai, i contadini. Gradatamente e necessariamete i pittori tralasciano i particolari, rinnovano i soggetti, sveltiscono il segno, inventano nuovi procedimenti per rendere più rapida l'esecuzione dei decori: lo spolvero, la mascherina, la stampigliatura a spugneta o a merletto. Verso l'ultimo trentennio dell'Ottocento, soprattutto nelle frabbriche novesi degli Antonibon e dei Viero, vi è una ripresa della maiolica per la produzione di un genere (cui si presta, d'altro canto, anche la terraglia) che è stato definito ora 'artistico' ora 'aulico' ora 'neo rococò', caratterizzato a volte dalla ripetizione di forme del secolo precedente, dall'accentuazione dei motivi ornamentali a rilievo (a rocaillies), da decorazioni floreali che invadono tutta la superficie disponibile (a 'fiori naturalistici') e a scene veristiche spesso tratte da quadri coevi, ma che è espressione del rinnovamento e dell'industrializzazione delle manifatture.
Il nostro secolo si presenta con la grave crisi economica del periodo bellico che determina la chiusura di alcune delle vecchie fabbriche. Nel 1875 a Nove viene fondato l'Istituto d'arti per la Ceramica, per volontà dello scultore Giuseppe De Fabris. Con arrivo all'Istituto d'Arti per la Ceramica del siciliano Andrea Parini, nel 1942 si completa il processo di allontanamento dalle riproduzioni e ci si avvia alla produzione moderna vera e propria, libera dagli schemi del passato e dalla ripetizione dello stile 'anni 20'. A Parini, che si valse della collaborazione di Giovanni Petucco, va anche il merito di aver cresciuto una generazione di artisti che fa dell'area bassanese e novese uno fra i centri più fervidi non solo in Italia ma anche in Europa della ricerca artistica contemporanea nel campo della ceramica.
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Nove (VI)
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Il Museo Civico della Ceramica di Nove, allestito nell'Ottocentesco Palazzo De Fabris e sede fino a qualche anno fa dell'Istituto Statale d'Arte per la Ceramica, è stato inaugurato nell'aprile 1995. La collezione ripartita per epoche, documenta ampiamente la storia della ceramica veneta, novese e vicentina in particolare, dal Settecento ai nostri giorni, oltre a presentare alcuni interessanti oggetti di epoche precedenti.In merito all'aspetto tecnologico dei materiali, il Museo offre una panoramica dei tipi ceramici prodotti nel Veneto: terrecotte, cristalline, maioliche, porcellane, terraglie, semirefrattari, grès. Anche le tecniche di produzione sono presentate attraverso un'ampia gamma di esempi: dalle terrecotte semplici a quelle ingobbiate, alle ceramiche graffite e alle maioliche a gran fuoco e così via. Questa collezione si presenta di notevole interesse anche sotto il profilo storico, dato che sono rappresentate quasi tutte le manifatture novesi e bassanesi, ma anche di Vicenza, Venezia, Treviso ed Este, e vi sono anche esempi di altre regioni (Toscana, Lombardia, Trentino Alto Adige e Liguria) e stranieri (Germania, Francia e Olanda).Interessante è inoltre rilevare come, oltre ai vari materiali e tecniche di produzione, è presente un'estrema varietà di forme e di decori, per cui si possono ammirare i più importanti motivi decorativi settecenteschi.Una menzione a parte merita il nucleo di ceramiche contemporanee, concesso in deposito permanente al Museo di Nove dall'Ente Fiera di Vicenza, costiuito da circa trecento manufatti premiati ai vari concorsi del Salone Internazionale della Ceramica dal 1949 al 1975. Uno dei pezzi più pregevoli di quest'ultima collezione è questo grande vaso di Pablo Picasso.
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